Nov
10
2010
Si accolla agli uomini fin dall’infanzia, al cura della loro felicità, del loro bene, dei loro amici.
I giovani vengono oppressi da un carico di lavoro,da occupazioni, e si fa loro credere che non potranno essere felici, se la loro salute, il loro onore, la loro ricchezza non saranno in buono stato, e che la mancanza di una sola di queste cose li renderebbe infelici.
Così vengono loro affidati incarichi e compiti, che li fanno sgobbare fin dall’alba. – Che strano modo, direte voi, per farli felici!
Che altro si potrebbe fare, per renderli infelici? – Come? Che altro si potrebbe fare? Basterebbe togliere loro tutti quegli impegni; perchè allora vedrebbero se stessi, penserebbero a quello che sono, da dove vengono, dove vanno: ecco perchè non si può mai occuparli e distrarli abbastanza.
Ed ecco perchè, dopo aver affidato loro tanti incarichi, se hanno un momento di riposo, si consiglia loro di usarlo per distrarsi, per giocare, per calarsi completamente in qualche occupazione.
Com’è vuoto il cuore dell’uomo.
Set
09
2010
Sdraiarsi in un letto sfatto a guardare il soffitto e non riuscire a dormire per il bianco di ciò che abbiamo negli occhi e della “merda” in testa.
Vedere una finestra aperta sul mondo che ci crolla addosso mentre stiamo sorridendo; sentire l’eco di una bomba che esplode nei tristi occhi di un bambino, sganciata da un uomo che vola verso la morte perchè non può più perdere nulla se non la sua sofferenza.
Un’altra bomba atomica redimerà forse gli stessi errori fatti decenni fa.
Ripetuti oggi, da potenti che si dividono il mondo.
Gli altri intanto aspettano fiduciosi. Una soluzione qualunque.
Dio forse è morto. In ogni caso sembra non sentirci; ed è meglio così.
Sedersi di fronte allo schermo vuoto di un computer, cercando di sopravvivere.
Pensare ai cancri del mondo, che lo stanno degradando per i nostri figli.
E poi accendere il televisore chiedendosi cosa passano in seconda serata.
Ago
24
2010
“Dopo qualche istante ho iniziato a piangere in silenzio. Sembrava piangessi per tutto. Per quanto è bella e quanto è straziante la vita. Ho panto per me, per la mia persona, per i miei amici. Per l’infelicità che ha vissuto mio padre, per le carezze attese e mai arrivate. Ho pianto per mia madre. Ho pianto per tutti i colori dei fiori e per l’attimo esatto in cui si schiudono. Ho pianto per l’azzurro del mare e per la spuma bianca, per il vento che muove i rami, per i pomeriggi silenziosi d’estate. Per la bellezza di un bicchiere di vino rosso, per il colore della frutta e per i peperoni gialli. Ho pianto a dirotto per ogni tramonto e per ogni alba, per ogni bacio dato e per ogni lacrima asciugata. Per ogni cosa bella che ritorna, per la strada verso casa la sera. Per tutto il tempo che non tornerà. Per ogni brivido vissuto, per ogni sguardo appoggiato. Ho pianto per il modo in cui mio nonno camminava e per la sua malinconia. Le mie lacrime contenevano tutto. Ho pianto per quanto sono stato bene e per quanto sono stato male in tutta questa vita.
Ricordo che un giorno avevo quasi pianto in riva a un laghetto guardando una pianta che bagnava i suoi rami nell’acqua. Mi è capitato di commuovermi osservando il sole che filtrando dalle persiane semichiuse formava linee di luce sul tetto e sul muro. Ascoltando il suono della pioggia che cade sui tetti. L’acqua di una fontana. Le cicale nei pomeriggi sillenziosi. Vedendo la rugiada del mattino. Diventavano tutti attimi preziosi. Il cuore mi si riempiva di gratitudine. Tutto si rivelava come la prima volta. Si schiudevano di fronte a me le incredibili forme in cui la vita si manifesta e colpivano la mia anima con un senso di meraviglia. Eppure era sempre stato tutto li sotto i miei occhi da sempre. C’era sempre stato ma adesso il peso di quella meraviglia, si faceva grande perchè lei non era più con me. Non potevo condividerlo con lei. Tutto ciò era troppo per me. Si dice che la vera ricchezza sia nella capacità di essere generosi. Viviamo per condividere. Praticamente siamo costretti a vivere per nutrirci a vicenda. Il contrario di quello che facevo prima. Spesso ero costretto a reprimermi per poter stare con qualcuno.
Quella mattina, a mare, ho visto il suo sguardo riflesso nel finestino. Mi guardava. Ci siamo incontrati li, su quel vetro che, in trasparenza, riusciva a catturare le nostre immagini. E’ li, nell’incontro dei nostri visi specchiati, ho scoperto che è molto più intimo uno sguardo incrociato di uno diretto. Come se si venisse scoperti a rubare una cosa. Come se quella superficie in realtà rendesse trasparente anche un volere fino allora taciuto.”